L’ALLENATORE NEL PALLONE: TECNICO SPORTIVO O EDUCATORE?

 

Spesso accade, in ambito sportivo, di sentir parlare dell’atleta valutando solo ed esclusivamente le sue capacità tecnico-tattiche, fisiologiche e biomeccaniche eppure oltre al corpo macchina c’è anche l’uomo, verrebbe provocatoriamente da dire.

Se pensiamo al corpo sarebbe riduttivo considerarlo come un apparecchio fine a se stesso, infatti non è di certo nuovo il concetto di corpo come strumento di conoscenza. Agli inizi del ventesimo secolo, sulla scia di alcune teorie poste dal filosofo Friedrich Nietzsche, che ricomprendevano l’idea di corpo svincolata da una lettura meramente religiosa e spirituale, altri intellettuali cominciano a pensare che nell’individuo sia difficilmente distinguibile la dimensione naturale, quindi biologica, da quella culturale.

Per spiegare meglio si può utilizzare la metafora dell’ uomo anfibio coniata dallo scrittore britannico Aldous Huxley. Con questa riflessione si concettualizza l’idea di soggetto  appartenente a due mondi: tanto quanto un anfibio può abitare in acqua e fuori da essa, così il corpo è dimora di una vita biologica e di una dei simboli, ossia della necessaria capacità di esperire l’ambiente attraverso l’interpretazione. Senza il corpo, biologicamente motore di conoscenza e di esplorazione, l’uomo non potrebbe avviarsi al suo processo di umanizzazione.

Detto ciò, tornado in campo con qualche strumento in più, non si può prescindere dal considerare i soggetti che praticano attività sportive come corpi sociali all’interno di un sistema che ha bisogno di ricomprenderli come tali.

In età evolutiva, è indispensabile capire che i ragazzi che partecipano ad attività sportive hanno bisogno non solo di supporto tecnico ma soprattutto di una guida, di un aiuto che li accompagni alla simbolizzazione, ossia alla capacità di interpretare ciò che gli accade, dando ad esso un senso.

 

La pedagogia dello sport concettualizza proprio l’idea di corpo anfibio: il soggetto ha la necessità non solo di essere visto come struttura meccanica ma di essere educato, il corpo è vissuto come non separabile dall’esperienza umana.  Ed è qui che entra in gioco l’allenatore.

Che ruolo ha la figura dell’allenatore in ambito sportivo?

Se si intende la pratica sportiva come una disciplina integrata – mente, corpo, ambiente – non si può che immaginare la figura dell’allenatore come una persona che guida, che accompagna, che educa. Educare, etimologicamente significa “educere” ossia “tirar fuori”, scovare competenze, capacità e aiutare l’individuo a coglierle, a vederle e a rafforzarle.

Ciò che un allenatore dovrebbe mettere a disposizione della sua squadra è proprio questo doppio sguardo: tecnico e pedagogico. L’allenatore educa, non solo attraverso la capacità di osservare e far vedere, ma anche nel suo essere soggetto educato cioè nel trasmettere valori e comportamenti coerenti: con l’esempio.

Quali sono i valori da trasmettere?

In età evolutiva, particolarmente in ambiti con un impatto agonistico significativo, ciò che non deve mai mancare all’interno della conduzione di una pratica sportiva è il valore ludico, di gioco appunto e il suo insegnamento intrinseco: la capacità umanizzante. L’umanizzazione all’interno di un gruppo squadra consta di valori quali la lealtà, la coesione di gruppo, il rispetto delle regole, la consapevolezza delle risorse e dei limiti individuali e di gruppo, la coscienza del potere collettivo nel perseguire con tenacia un obiettivo, la capacità di inclusione. Queste sono le idee che costituiscono quello che viene definito “l’allenamento invisibile”, ciò che passa tra le pieghe della solida struttura di un allenamento tecnico.

Che ricaduta ha su un bambino un approccio di questo tipo?

Se l’allenatore struttura la conduzione di una attività sportiva con un doppio sguardo, focalizzandosi sul processo di sviluppo integrato del giovane e del gruppo, la motivazione e l’interesse di un atleta rimangono alti e stabili nel tempo.

Proprio perché ciò che interessa non è solo la vittoria o la performance spinta all’eccesso, è necessario che i bambini approdino con più tranquillità al mondo sportivo e imparino a godere del beneficio fisico e psichico nel praticare sport.

Secondo Emanuele Isidori, professore di pedagogia generale, sociale e dello sport, la funzione dell’allenatore viene esperita e vissuta dai bambini di età compresa tra i 7 e i 10 anni, come quella di un “amico, organizzatore, comunicatore e agente motivante nella tappa, ad esempio, dell’iniziazione sportiva”.
Tra i modelli contemporanei, nella formazione dei tecnici sportivi emerge un approccio metodologico critico-riflessivo: in questo metodo si presuppone che l’allenatore sappia progettare l’allenamento in un ambiente adatto allo sviluppo dei valori umani di chi vi partecipa nelle differenti categorie. Soltanto costruendo una “dimora sportiva” – che al suo interno presti attenzione ai processi di apprendimento tecnico e pedagogico, individuale e collettivo e che non anteponga il risultato alla persona – si possono trasmettere valori utili in campo e necessari nella vita di  ciascuno.

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