UNA, CENTO, MILLE EMOZIONI. Il moltiplicarsi delle emozioni in una gara sportiva.

Se pensiamo alla emozioni che attraversano una competizione sportiva  non riesce difficile sintetizzare questo tipo di esperienza come un luogo, un contenitore dove le parti in gioco non sono solo quelle dei giocatori ma anche di chi li assiste: il pubblico. In ogni competizione sportiva, attori e spettatori, proprio come in un teatro o in un’arena, partecipano attivamente con il corpo e le emozioni agendo movimenti emozionali continui, come una grande onda.

Per rendersene conto basta osservare un frammento di partita, quello in cui si raggiunge un obiettivo, sia esso un gol, un canestro, un punto.  Durante l’azione l’attesa e la partecipazione degli spettatori cresce e si protende verso lo spazio di gioco: c’è chi si alza e si avvicina in silenzio, chi inizia a incitare, chi non vuol vedere fino alla fine, chi si avvicina al compagno pronto per esultare.

Per contro, chi è in campo ha bisogno di mantenere alta la lucidità e la concentrazione proprio quando il clima emotivo è in totale ascesa: una carica energetica ciclopica dove, come in un rituale, ogni elemento che compone il quadro – giocatori, allenatori, staff tecnico, pubblico, campo, palla – è parte attiva e necessaria per compiere il rito. Il culmine, l’acme avviene nel momento del punto fatto o subito ed è lì che tutti esplodono e liberano emozioni contrastanti: la gioia, la felicità, la soddisfazione di chi vince e la rabbia, l’amarezza e la frustrazione di chi è vinto. Emozioni forti che spesso, a livelli alti di agonismo, diventano pretesto per agire violenza, ma che anche ai livelli dilettantistici coinvolgono profondamente.

Come vivono i bambini spettatori un’esperienza emotiva collettiva così totalizzante?

Se il bambino è spettatore, sarà coinvolto tanto quanto se non di più di un adulto dal momento in cui, per la sua età evolutiva, le emozioni implicate sono quelle di base (paura, gioia, tristezza, rabbia, sorpresa, disgusto) e vengono vissute pienamente. Il controllo, la distanza necessaria per gestire i vissuti personali e non esserne sopraffatti, è poco presente nei più piccoli perché è in fase di sviluppo.

Ciò che differenzia le emozioni dei bambini da quelle degli adulti è proprio il loro essere esperite in maniera pura, non mediata da un’identità costruita, solida, adulta appunto. Oltre alle emozioni proprie, i bambini percepiscono quelle degli altri proprio perché, in fase di sviluppo, la struttura identitaria non ha confini precisi e non si differenzia per necessità.

Ci sono bambini che di fronte a emozioni di dimensioni collettive si spaventano, piangono, si agitano, oppure si arrabbiano o trovano modi per differire, distrarsi; altri invece seguono l’onda adulta ed emulano i comportamenti che li circondano. Portare un bambino a una competizione sportiva agonistica necessita di un pensiero critico, analitico da parte dell’adulto che, con responsabilità, deve porsi alcune domande: è il luogo adatto per un bambino? Io genitore sono in grado di controllare le mie emozioni? Io adulto sono capace di raccontare e spiegare fatti poco piacevoli? Senza sbilanciare il pensiero verso una logica iperprotettiva e proibizionista, è importante educare i bambini a tifare la propria squadra del cuore in maniera sana, positiva. Negli ultimi tempi, alcune società sportive lungimiranti e sensibili al tema hanno attivato percorsi di educazione al tifo per i giovanissimi.

I bambini che giocano come percepiscono le attese e le emozioni altrui?

Partendo dal presupposto che lo spazio/tempo che precede una competizione sportiva è pregno di emozioni e aspettative, è impensabile immaginare che un bambino non senta e non venga influenzato da ciò che li circonda, soprattutto quando la  dimensione è collettiva e agisce  da moltiplicatore emozionale.

Un atleta adulto può aiutarsi con misure psico-regolative attraverso tecniche di rilassamento o processi di regolazione emotiva che riconducono il soggetto come uomo con ruoli molteplici: atleta, figlio, genitore, professionista, cittadino. Un bambino non ha ancora una simile capacità di pensiero ed è qui che entra in gioco l’adulto.

Spesso i più piccoli percepiscono fortemente le aspettative dei grandi e se, anche qui, non si inizia a pensare il bambino come soggetto diverso dal genitore, si rischia di proiettare su di lui desideri, bisogni, aspettative che non gli appartengono e dalle quale si può sentire sopraffatto.

Questo tipo di meccanismo lo si osserva bene nella pratica sportiva: genitori che si aspettano la massima prestazione, adulti troppo centrati sul ruolo del bambino identificato come atleta, allenatori eccessivamente richiedenti.

E poi ci si mette anche la società e i messaggi incalzanti, soprattutto in Italia, del marketing sportivo dove i calciatori, modelli onnipresenti, raccontano il solito canovaccio: bello, forte, ricco. Si tratta di messaggi potenti e ammalianti, attrattive ingannevoli e spesso pericolose per chi il mondo lo conosce poco. Eppure lo sport è gioco, un gioco serio, con regole puntuali nelle quali si esperiscono emozioni, stati d’animo importanti, che educano ma rimane un gioco.

Inoltre lo sport è  solo una delle tante attività che un bambino pratica nell’arco della sua settimana.                                  Forse pensare lo sport dentro spazi limitati di vita può aiutare lo sguardo adulto a ridimensionare le aspettative proiettate evitando ansie e stress.

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