A NATALE PUOI?

Il diritto di rispettare il proprio sentire durante le festività natalizie


Doni, luci, addobbi, famiglia, calore, cena, pranzo, sorpresa, magia sono alcune delle parole più utilizzate in questo periodo dell’anno, quasi a voler forzatamente designare un quadro, una fotografia di una condizione emotiva perfetta e staticamente felice. Eppure nelle stanze psicologiche accade paradossalmente il contrario, l’opposto: la richiesta d’interventi di supporto, d’aiuto e d’ascolto aumenta quasi del 20% per ansia diffusa, stress, tristezza.

Che cosa accade? Che tipo d’immaginario coinvolge e connota tanto negativamente quanto positivamente le festività natalizie? Proviamo a capire il meccanismo che alimenta tale malessere.

Partiamo dal principio e da un’analisi psicosociale di ciò che accade nell’ambiente e nell’uomo durante le festività natalizie. Logiche capitalistiche, consumismo e condizionamenti sociali votati all’immaginario della famiglia perfetta si sono impadronite di noi tutti e hanno infettato il valore simbolico del Natale e del Capodanno. Eppure nelle origini di queste feste ci sono significati diversi, profondi, simbolici di nascita-fine-rinascita, quasi a volerci permettere di rivivere e assolvere l’intero ciclo della vita in pochi giorni; giorni imbevuti di significati dinamici che attivano movimenti inconsci: il Natale riporta ogni anno in auge il tema della nascita, il Capodanno quello di fine e inizio. Soprattutto quest’ultima festività è foriera di aspettative nuove, buoni propositi, desideri da perseguire, doveri, fatiche. Con esse compaiono riflessioni e vissuti riconducibili alla fine di un anno, di un ciclo e di situazioni che si vogliono cancellare, di rimorsi, di rimpianti: vita e morte s’incontrano e in poche ore iniziano a dialogare e a confluire l’una nell’altra. Un impatto emotivo non da poco per l’uomo.
Natale e Capodanno sembrano avere perso questi valori, cosa che accade quando i simboli s’impoveriscono, si svuotano di contenuti profondi e possono divenire altro, passibile di appropriazione altrui. Sintetizzando, si può dire che quando il simbolo non è vivo, non è nutrito da più significati, spesso opposti e a volte poco visibili, tende a divenire segno.

Qual è la differenza tra simbolo e segno?

Il simbolo, che in greco significa “mettere assieme”, non evoca l’esistenza immediata ma una realtà altra, che comprende più significati, spesso poco chiari e inconsci. Il segno invece designa la relazione tra significante e significato: comunica, informa, è quel che è nell’immediato. Un esempio chiaro di differenziazione tra segno e simbolo può essere sintetizzato dall’immagine di un cartello stradale:lo stop. Esso informa e comunica quanto è il suo significato diretto ma se si sogna uno stop, ecco che quel cartello assume un valore, dei significati più profondi, diversi, che comunicano ben altro. Per lo psicoanalista e psichiatra svizzero Carl Gustav Jung, il simbolo è qualcosa di vivo solo e se mantiene una carica tra opposti, tra parte conscia e parte inconscia. Il simbolo non è il significato ma qualcosa di dinamico, in cui l’uomo proietta parti di sé spesso poco consapevoli.

Dopo questa digressione complessa ma necessaria, si può tornare alle simbologie relative alle festività e si può dire che oggi il Natale e il Capodanno si svuotano da quella dimensione di significati profondi di nascita e morte, di fine e inizio, per essere ri-significati e caricati d’altro: aspettativa di una felicità statica e costante, cambio di abitudini, consumi eccessivi, cambio d’alimentazione, senso del dovere, costrizioni.

I vissuti emotivi dei soggetti dialogano castamente con l’esterno e non possono prescindere da un mutamento sociale stravolgente e consumato in poche settimane. Le città cambiano, si caricano di addobbi, luci, decorazioni – segni quindi – che necessariamente catapultano il soggetto in una dimensione diversa. Anche gli interni cambiano, per volere o per dovere, e la casa sposa le pressioni sociali, muta. La rincorsa ai regali accelera i tempi dell’uomo, li sovraccarica di pensieri e la scelta è spesso centrata sul dover fare per forza e poco orientata verso l’altro. Il consumismo spinge l’acceleratore sovraccaricando i negozi, le strade, i media e i messaggi diretti riconducono solo ed esclusivamente a idee di felicità, serenità, di unione famigliare, d’amore.

È davvero possibile sentirsi bene durante le festività?

A fronte di questa pressione sociale, i modi di reagire, in linea con la complessità dell’uomo, sono tra i più disparati, a seconda della vita di ciascuno, degli stati d’animo, delle storie personali, del ricordo di Natali passati e così via.

Certo è che i messaggi mediatici portano inevitabilmente il pensiero e l’emotività sulla propria condizione famigliare, su chi ha o meno una famiglia, su com’era e com’è ora, sul pranzo con chi a volte non si vede da tempo e con chi non si ha particolarmente voglia di vedere.

Il Capodanno, nuovamente, mette in moto i pensieri su ciò che è stato e su ciò che sarà nuovamente, obbligando il soggetto a trascorrere una serata “indimenticabile” nella quale per forza ci si deve divertire. Succede  che s’indossi una maschera e ci si uniformi alle aspettative indotte dalla forzatura sociale. Dietro quella maschera, però, spesso si sta male e si vivono sensi di colpa per una dissonanza emotiva con il mondo. Pensieri e domande ricorrenti attanagliano la mente dei più fragili ed evocano domande che, come un mantra, non lasciano spazio di libertà: perché tutti sono felici e io no? Perché mi sento triste mentre gli altri sono felici? Perché non ho voglia di festeggiare?

Penso sia onesto e doveroso rispettare il proprio sentire e comprendere quanto le emozioni e i sentimenti siano contaminati da una condizione esterna che mette a dura prova chiunque, anche chi una stabilità emotiva ce l’ha. Questo modo di intendere il proprio malessere, questa chiave interpretativa sana, permette di spostare il focus dei problemi: a soffrire non è più solo il singolo, in quanto soggetto “rotto”, che non va, che non è come ci si aspetta, ma una società eccessivamente richiedente e manipolatoria, che veicola messaggi di felicità che hanno un fine superficiale, lontano da quello morale ed etico.

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